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Articoli del M° Tokitsu
    La pratica delle arti marziali
        

La pratica delle Arti Marziali- La pratica delle Arti marziali include certamente l'aspetto formativo dell'uomo: questo obiettivo definisce il Budô.

Purtroppo in Italia lo sviluppo del karaté è stato realizzato a detrimento dell'elemento umano. La constatazione che il karaté, ormai da qualche decennio, sia vittima di un certo disprezzo sociale, penso coincida con una reazione sana della Società. � un peccato che questa forma di critica sociale non si trasformi in un'apertura realmente costruttiva. � possibile affermare che in Italia il karaté non è stato sviluppato come Budô.

Pur con un ridotto numero di praticanti, la Scuola Shaolin Mon ha cominciato a costruire una scuola di Budô.

- Spiegare l'obiettivo del Budô non è cosi facile. Il mio obiettivo, nella pratica del Budô, è quello di "autoformarmi", di avanzare nella "via", di scoprire ambiti che non conosco, di avvicinarmi alle sommità del Budô.Voglio divenire migliore, ogni giorno. Migliorare, non in rapporto a qualcuno, ma nei confronti di me stesso e di ciò che sono oggi. Domani voglio essere migliore di oggi, intellettualmente, moralmente, umanamente, energeticamente e tecnicamente.

Tutto ciò potrà apparire pretenzioso, ma è vero che mi alleno tutti i giorni con questo obiettivo nella mente, secondo una concezione buddista della vita.

Mi alleno quotidianamente solo per me stesso, non per insegnare ai miei allievi.

In seguito comunico una parte di ciò che imparo a chi mi segue su questo cammino del Budô. L'obiettivo del Budô è la formazione dell'uomo. Non si tratta di formare qualcuno o di lasciarsi formare da qualcuno. � necessario "autoformarsi".

Ciascuno deve formare se stesso. Si pratica per se stessi e non per altri. Il Maestro è chi aiuta il proprio allievo o discepolo all'auto-formazione. Esiste dunque una differenza fondamentale tra un Maestro, cosi definito, ed un "guru", che impone ai suoi discepoli un modo di pensare e di agire. Io ho sempre rifiutato di diventare un "guru" o di seguire "cammini" esoterici.

-(...)

Tuttavia la pratica del "qi gong" può toccare aspetti difficili da spiegare. Per questa ragione limito l'insegnamento ad esercizi sperimentati o ad esercizi direttamente collegati alla pratica del Budô.

Le esperienze personali nell'ambito energetico possono essere pericolose ma rientrano nella sfera delle responsabilità e delle libertà personali di ciascuno di noi.

Per ciò che concerne la mia personale posizione e quella della scuola che dirigo, voglio riaffermare che il nucleo sostanziale del metodo del Budô è l'arte marziale
mentre il "qi gong" è solo un elemento costitutivo. Non il contrario!

- Nella pratica del Budô, è essenziale l'apprendimento e la padronanza delle tecniche. Quest'ultima richiede una grande forza spirituale.

I movimenti spontanei possono essere utili in combattimento ma la spontaneità senza approfondimento tecnico è limitata. L'apprendimento di un Arte Marziale non sarebbe necessario se fossero sufficienti le reazioni spontanee per essere efficaci. Pertanto, chi è convinto che le reazioni spontanee siano sufficienti per essere efficaci non ha alcun bisogno di studiare il mio metodo.

Io insegno la tecnica con rigore. Il rigore tecnico è comunicabile e può essere esaminato oggettivamente, poiché è costruito con il corpo. L'avanzamento nella pratica può essere giudicato dall'esterno valutando il grado di padronanza tecnica da un lato e la capacità di combattere dall'altra.

Le persone attratte dall'aspetto energetico hanno talvolta tendenza a trascurare l'aspetto tecnico. Essi cercano di compensare l'insufficienza tecnica con ciò che chiamano energia. Abbiamo avuto numerosi esempi di questo tipo in Francia. Per approfondire questo modo di vedere, faccio spesso questa domanda: "Probabilmente siete forti con le mani nude. Ma la vostra energia può permettervi di trascurare un colpo si spada, di coltello o più semplicemente di bastone?"

La tecnica di combattimento che noi approfondiamo può essere applicata in ambiti diversi. Le tecniche che noi studiamo a mani nude devono essere efficaci con una spada o un bastone. Il nostro punto di vista può essere corretto partendo da queste considerazioni.

- Ho introdotto da più di due anni gli esercizi di combattimento con la protezione dei caschi e dei guanti (...)

- Il Karaté è un'arte marziale giovane. Non è corretto pensare che nel passato possa essere esistita una forma definitiva e perfetta. I Maestri di karaté di Okinawa che hanno insegnato in Giappone erano certamente adepti rispettabili, ma il loro livello non era cosi perfetto come molti vogliono credere. Al contrario erano numerose le mancanze che riguardavano non solo gli aspetti tecnici ma anche il metodo di insegnamento.

Per esempio, il Maestro Mabuni Kenwa aveva fondato la sua scuola, lo Shitô-ryu, all'età di quarant'anni. Pensate che egli abbia mantenuto gli stessi concetti e la stessa tecnica fino alla fine della sua vita?

Nel periodo compreso tra i trenta ed i sessanta anni la differenza nel modo di concepire la tecnica da parte di un adepto di valore è enorme.

Il Maestro Sagawa, maestro di Da tô-ryu jûjutsu, all'età di novantacinque anni è ancora vigoroso e possente, molto possente. La sua capacità in combattimento è veramente straordinaria. Le eccezionali condizioni fisiche ed il suo livello tecnico costituiscono un obiettivo concreto per un adepto. Il Maestro Sagawa ha cominciato all'età di undici anni lo studio del jûjutsu. Dice:
"Fra i settanta e gli ottanta anni ho fatto un gran numero di scoperte ed un grande progresso nella capacità di combattere. Chi afferma di essere vecchio, perché ha cinquanta o sessanta anni, si è effettivamente arenato sul cammino del Budô. Bisogna continuare ad esercitarsi. Secondo la mia esperienza fino ad ottanta anni ho potuto sviluppare i miei muscoli. Ho continuato a scoprire nuove tecniche dopo gli ottanta anni e ne scopro ancora di nuove oggi. � cosi che a novanta anni sono ancora in forma. Nessuno dei miei allievi riesce a vincermi�" Molti praticanti di arti marziali cercano la stabilità delle tecniche e del sapere, e vivono in un mondo totalmente diverso da quello del Maestro Sagawa.

In effetti, molti praticano nell'ambito di una istituzione che offre loro la rigidità e l'immobilità del sapere, in breve, delle tecniche morte. Queste persone sono le stesse che provano fastidio quando il loro Maestro spiega una nuova tecnica e dei modi diversi di fare. Per loro la tecnica è un codice fisso e non una realtà vivente.

La maggioranza delle persone sembrano ricercare questa forma di stabilità nella loro scuola:
"La nostra scuola è molto bene organizzata nel metodo e nei programmi di allenamento. Nulla è cambiato da quindici anni. � possibile praticare la stessa cosa dovunque nel mondo, ogni anno. E tutto questo non cambierà nei prossimi dieci anni, nei prossimi venti. In questo consiste la ricchezza della scuola e ci
conferma nella certezza!" Non è il caso di spiegare che questa certezza è quella di un guscio, una forma vuota.

Chi cerca la stabilità nell'organizzazione e nel sistema, non ha la forza di stabilizzare il proprio spirito nella realtà che si trasforma.

� proprio il contrario del concetto di Budô. Il Budô non è una istituzione che tranquillizza uno spirito stretto per mezzo della carta di un diploma.

� la stabilità nel vostro spirito e nella vostra personalità che vi permette, nel corso della vita, di affrontare situazioni che mutano senza essere disturbati. Non è vero? Un adepto di Budô deve affrontare la realtà della sua persona. Il corpo vivo è mutevole e si trasforma con l'età. Situando la tecnica nella dimensione temporale della vita, come possiamo concepirla come uno schema fisso e rigido? Meditiamo su cosa deve essere la pratica attraverso l'esempio di una persona come il Maestro Sagawa.

Ho parlato più volte di questa forma di contraddizione tra il corpo che cambia e la tecnica immutabile. Non è il caso che ne parli ancora.

- Ho comunicato ai miei allievi i risultati delle mie ricerche ogni volta che avanzavo nella pratica. Alla fine di ogni anno, i risultati delle mie ricerche sono significativi. � per questo che un allievo che mi rivede dopo un anno è spesso sconcertato. Se alcuni sono stimolati, altri si lamentano continuamente: " Cambia tutte le volte!" Se insegnassi le stesse cose per dieci anni, sarebbe probabilmente molto comodo per loro. Per chi concepisce la scuola come un insieme di codici, dal momento della fondazione non sarebbe assolutamente necessario cambiare nulla.

Questa forma di stabilità è, a mio parere, la morte dell'arte.

Kenji Tokitsu

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